Gli strumenti della ricerca

Una ricerca sul campo, concernente qualsiasi aspetto dell’attività e della produzione materiale e/o simbolica umana, richiede sicuramente una notevole capacità d’ascolto e di osservazione, intesa nel senso di una relativizzazione e problematizzazione dei propri costrutti simbolici, per scoprire i processi storici e culturali che hanno dato forma alle produzioni oggetto della nostra indagine, nonché l’universo valoriale che le caratterizza e gli da validità. “La pratica antropologica implica l’adozione di un punto di vista capace di liberare, per quanto possibile, lo sguardo dall’alterità dei condizionamenti imposti dalla cultura di colui che osserva e che interpreta” (Fabietti, 1999).

È fondamentale anche una buona dose di sensibilità verso gli aspetti della vita, anche quando queste vite ci appaiono troppo distanti dalle nostre eppure con delle peculiarità così simili da poterle racchiudere sotto il tetto dell’umanità, non fosse altro per quella “irresistibile analogia” di cui parla Ernst Mach.[1]

“Comprendere la vita di un’altra società richiede interpretazione, immaginazione, intuito, sensibilità, partecipazione umana, umiltà, e tutta una serie di qualità: qualità umane. Richiede, fondamentalmente, che lo studioso o la studiosa sia una persona” (W. Smith, 1982)[2]. Tuttavia sensibilità, relativizzazione e propensione all’osservazione non si nutrono semplicemente di una fortunata predisposizione naturale, ma sono anche delle tecniche che al pari di tutte le altre vengono imparate ed affinate all’interno di uno specifico campo disciplinare: nel nostro caso l’antropologia culturale. Non è sufficiente nemmeno appellarsi alla classica definizione di Rabinow (1977) di antropologia quale forma di esperienza (cit. in Fabietti, Matera, 1997), per essere esonerati da tutte quelle pratiche e strumenti metodologici che rendono la ricerca antropologica un vissuto esperienziale meno caotico e meno soggetto alla fallacia della nostra memoria. Chiaramente, l’insieme di sentimenti e sguardi con cui ognuno di noi si pone di fronte al vissuto privato ed altrui resta un atto anche personale, che difficilmente i programmi e le metodologie scientifiche riusciranno a livellare a tal punto da rendere le ricerche fredde e sterili. Ogni antropologo fa esperimenti di esperienza, come abbiamo detto prima, in una quantità e qualità di sfumature diverse che, come sottolinea Clifford, riflettono la “complessa soggettività” dell’etnografo, la quale poi “si riproduce regolarmente nella scrittura e nell’interpretazione dei testi etnografici” (Clifford, 1993, pag. 49).

[1] Nei suoi studi di psicologia della ricerca Mach sostiene che ogni individuo trova già pronta una visione del mondo compiuta che accetta come un dono della natura e della civiltà. Nella sua analisi diventa fondamentale la nozione del mio corpo che come un oggetto occupa una parte dello spazio sensoriale, accanto e fuori dagli altri corpi. Il mio corpo è connesso a ricordi, speranze, timori, impulsi, desideri, volontà ecc…che riconosco essere legati al mio corpo. Riconoscere la presenza anche di altri corpi nello spazio e la loro osservazione mi costringe ad una forte e – anche contro la mia intenzione – irresistibile analogia: di pensare cioè connessi anche agli altri corpi umani ed animali, i ricordi, le speranze, i timori, gli impulsi, i desideri, le volontà che sono connessi al mio (Mach, 1982).

[2] Cit. in Schultz E.A., Lavenda R.H. (1999), Antropologia culturale, Zanichelli editore, Bologna.