Il lavoro in équipe

La mia ricerca sul campo non è stata un’esperienza solitaria; non soltanto per l’ovvio motivo che ero immersa in un contesto sociale che richiedeva quotidianamente e pazientemente l’interazione con “pezzi di vite” che si incrociavano più o meno casualmente con il mio, ma anche perché, come ho già accennato, a condividere il campo insieme a me c’erano altre tre studentesse, ognuna impegnata in una ricerca che avrebbe costituito la propria tesi di laurea: Serena Angeli, Elettra Groenewold e Marta Balestrini. Insieme abbiamo mosso i primi passi del lavoro sul campo. Serena si è occupata delle maichelot (le fonti di acqua santa che hanno, nella credenza locale, potere curativo per ogni tipo di alterazione di un “normale” stato di salute); Elettra si è interessata al fenomeno degli street children, una triste realtà che caratterizza soprattutto le medie e grandi città del terzo mondo; Marta si è addentrata nello studio della percezione del sangue, del “dono di sangue” e della mercificazione di quest’ultimo, in un contesto in cui la povertà e la scarsità di risorse spinge le persone a declassare il sangue a merce di scambio per il proprio sostentamento, con tutti i rischi e le simbologie che ne derivano. Inoltre, per circa tre mesi, ha fatto parte della nostra équipe anche Aurora Massa, una ragazza laureata in antropologia medica che aveva condotto la sua osservazione sul nostro stesso campo di ricerca e che stava seguendo un progetto per la Cooperazione italiana, indirizzato a migliorare il rapporto medico-paziente nella cura delle malattie dermatologiche. Essendo stata già diverse volte a Mekelle, Aurora era considerata da tutte noi la più “anziana” e quindi la più “esperta”, un punto di riferimento cui indirizzare le nostre domande, su cui sfogare le nostre paure e una pietra di paragone sulla quale misurare i nostri approcci e gli eventuali errori metodologici.

Benché non fossimo un’équipe in senso classico, secondo la tradizionale concezione demartiniana, in cui ognuno è portatore di un sapere disciplinare specifico che va a coadiuvare e compendiare il sapere, gli approcci metodologici e le categorie concettuali dell’altro, in un feedback continuo e circolare che tenga conto della polifonia di ogni cultura, posso dire che siamo state un équipe nel senso di una piena condivisione degli spazi che avevamo a disposizione, dei mezzi, degli interpreti e, in alcuni casi, perfino degli informatori. La nostra è stata anche, e soprattutto, una condivisione emotiva dell’esperienza del campo: insieme abbiamo affrontato paure, dubbi, spaesamenti, incertezze, solitudine, ma anche euforia, gioia, e la consapevolezza dell’unicità e dell’irripetibilità dell’esperienza. Questo mescolamento di sentimenti e conoscenze ha sicuramente attenuato quel senso di radicalità che l’esperienza del campo produce, senza togliere nulla della sua straordinarietà ed unicità.

Per queste ragioni, e per tutte quelle sfumature emotive percepite ed esperite sul campo, difficilmente restituibili a parole, è assai complicato rendere in poche righe e seguendo una visione retrospettiva l’intensità del vissuto che ci ha viste, ognuna con le proprie specificità e il proprio modo di stare sul campo, protagoniste di un’esperienza di vita per certi aspetti simile eppure così diversa. L’unica cosa di cui sono certa è che senza Serena, Elettra, Marta e Aurora il mio campo sarebbe stato molto più corto, sopraffatto dalle mie angosce, dalla malinconia per la mia vecchia quotidianità e dalla paura paralizzante dei miei limiti, che, invece, insieme a loro hanno trovato una via d’uscita.

Essere un équipe ha significato anche divisione dei compiti, per rendere la gestione del campo, già di per se molto impegnativa, meno gravosa. Durante la prima riunione svolta pochi giorni dopo il nostro arrivo a Mekelle, d’accordo anche con il Professor Schirripa, ognuna di noi si è assunta l’incarico di occuparsi di uno degli aspetti gestionali di cui si compone una missione di ricerca in uno stesso campo. Il mio compito era la coordinazione degli interpreti. Quando si svolge ricerca in un contesto storico-geografico in cui l’utilizzo della lingua è differente da quello di provenienza dell’antropologo, quest’ultimo è messo nella condizione imprescindibile di aiutarsi nella raccolta di informazioni e nelle interazioni quotidiane, formali e non, con l’impiego di persone locali la cui comunicazione sia mediata dall’uso condiviso di una lingua negoziata. Nel nostro caso ci siamo avvalse dell’utilizzo dell’inglese. Alcuni interpreti avevano lavorato per la missione durante gli anni precedenti ed erano stati giudicati idonei per continuare lo stesso lavoro anche con le nostre ricerche. Altri si sono aggiunti nel procedere del campo grazie alla rete sociale di conoscenze che gli interpreti “anziani” ci hanno messo a disposizione.

Il mio incarico consisteva nel tenere una rubrica aggiornata dei recapiti di ciascun interprete in modo da renderli sempre reperibili; nell’organizzare un cartellone settimanale in cui dividere, secondo diversi criteri (esigenze di ricerca, attitudine dell’interprete, organizzazione dei tempi della ricerca, affinità personali etc.), la disponibilità lavorativa degli interpreti per evitare che gli impegni di ciascuno di noi e l’uso dei nostri collaboratori si accavallasse con quello di qualcun altro; nel registrare, giorno per giorno, le ore lavorative di ogni interprete per poi fornirgli il giusto compenso allo scadere delle due settimane di lavoro o alla fine di ogni mese.

Marta, invece, aveva l’onere di mantenere sempre vive le relazioni sociali che sono state instaurate nel corso delle missioni precedenti con persone che rivestono un ruolo particolare all’interno della società e che potevano costituire per noi un’importante ponte di collegamento e di penetrazione nel tessuto sociale locale. Di peculiare importanza si è rivelata la figura dell’head del Tigray Health Bureau (THB), il dottor Gebre Ab Barnabas. Politico dalla formazione medica e antropologica, e uomo dalla personalità forte e a tratti eccentrica, fin dai primi progetti di ricerca della missione ha sposato con passione le nostre tematiche di indagine e i nostri approcci metodologici, rendendosi subito disponibile ad aiutarci attraverso le sue conoscenze e autorizzandoci, con un permesso di ricerca, a muoverci all’interno delle strutture sanitarie pubbliche del Tigray.

Elettra aveva la mansione di gestire la casa, di assicurarsi che la nostra domestica svolgesse i suoi compiti quotidiani e che ci fosse sempre cibo a disposizione. Può sembrare un compito superfluo a chi non ha mai vissuto l’esperienza del campo, perché comprare il pane o i pomodori per il sugo non sembra richiedere un’organizzazione preliminare, decisa a tavolino, eppure più di una volta ci siamo ritrovate ad andare a cena fuori perché non c’era niente da mangiare! Man mano che la ricerca procede e dalle prime timide frequentazioni “esplorative” si passa ad una osservazione in depth, la tua mente, il tuo tempo, le tue priorità e anche gli spazi domestici vengono assorbiti e subordinati alle priorità della ricerca. Si è così immerso nel lavoro, nella sistematizzazione dei dati raccolti durante la giornata, nella riflessione delle informazioni che hai accumulato nel corso delle interazioni quotidiane, magari in vista degli incontri del giorno successivo, che non è così impossibile dimenticarsi di fare la spesa! Dunque, avere una persona che vigilasse sugli aspetti domestici e sui nostri bisogni primari, si è rivelato di grande aiuto.

Infine, a Serena è stato assegnato il compito di organizzare, a scadenze più o meno regolari, delle riunioni durante le quali ognuna di noi faceva il punto sulla propria ricerca. Sono stati proprio questi momenti a costituire, al pari delle interviste e di tutto il lavoro che si svolgeva al di fuori delle mura domestiche, delle fondamentali occasioni di ampliamento delle nostre conoscenze. Ragionando collettivamente sui progetti individuali e sui problemi personali, venivano condivisi gli ostacoli che ognuna di noi aveva incontrato nel procedere della ricerca, le intuizioni che si erano avute, le piste teoriche intraprese e la metodologia seguita. Venivano anche fatte critiche più o meno velate sugli approcci che ciascuno aveva seguito e sulle conclusioni cui era giunto, senza limitarsi a dare giudizi fini a se stessi, ma arricchendo le posizioni altrui con nuovi spunti teorici e con materiale pertinente ad accrescere le conoscenze di ognuna di noi. Insomma si cercava di mettere in risonanza la propria esperienza con quella delle altre compagne, per trarne ampliamento e sistematizzazione. Questi dibattiti, lo scambio di consigli e d’informazioni, le revisioni critiche, che avvenivano anche in modo informale ogni qual volta se ne presentava l’occasione e la necessità, sono stati momenti costitutivi nella mia ricerca e rientrano a pieno diritto tra gli strumenti di analisi della mia esperienza etnografica.

Penso che a questo punto sia chiaro quanto sia stato importante il lavoro svolto dall’équipe e come il suo ruolo connota in maniera particolare le esperienze etnografiche rispetto a quelle condotte da un ricercatore singolo.