“Le donne sparite”

Il gender, per gli aspetti che sono emersi finora, si traduce in un’iniquità sociale nelle diverse possibilità di mantenersi in salute e successivamente nelle diverse strategie di ricerca di cura. Si verifica allora quel triste fenomeno che Amartya Sen ha definito delle “donne sparite”, cioè delle donne che “mancano” sul totale della popolazione femminile potenzialmente conteggiabile. Secondo lo studioso, se al momento del concepimento la biologia favorisce gli uomini (alla nascita i maschi sono più numerosi delle femmine in qualunque parte del mondo: nascono circa 105 o 106 bambini ogni 100 bambine), dopo la nascita le donne sarebbero più avvantaggiate. Numerose ricerche hanno dimostrato che se maschi e femmine godono di alimentazione e assistenza simili e se ricevono le stesse cure sanitarie, le donne tendono a vivere notevolmente più a lungo degli uomini, in quanto biologicamente più resistenti alle malattie e più forti in generale.

Nonostante questo vantaggio iniziale, Sen sostiene che

«Il destino delle donne è molto diverso nella maggior parte dell’Asia e dell’Africa del nord, dove le donne non riescono ad ottenere cure mediche, alimentazione e assistenza sociale della stessa qualità di quelle di cui godono gli uomini. Per questo motivo in quelle regioni sopravvivono meno donne di quanto sarebbe possibile se entrambi i sessi ricevessero cure identiche. Il risultato finale è che nella maggior parte dell’Asia e dell’Africa del nord, e in misura minore in America Latina, la proporzione delle donne sul totale della popolazione è minore di quella che si avrebbe se cure identiche fossero dedicate a entrambi i sessi».

In totale più di 100 milioni di donne mancano. Sono cifre che ci raccontano silenziosamente una storia terribile di disuguaglianza e di abbandono che portano alla maggiore mortalità femminile. Anche in Etiopia, gli alti tassi di mortalità materna costituiscono un indice allarmante e una sfida durissima per migliorare la condizione della donna e ridurre l’enorme divario con gli indici dei Paesi occidentali. In questo quadro di disparità materiali e simboliche, le vittime di fistola ostetrica sono donne “sparite” in un doppio senso: sparite dalla vita sociale perché messe ai margini dell’esistenza comunitaria, in quanto deposte dai ruoli sociali (di moglie e di madre) in cui sono inquadrate, e sparite come esseri viventi poiché l’aggravarsi dell’infezione che la fistola comporta e lo stato di abbandono in cui versano porta alla morte. Una morte di cui non si conoscono cifre esatte, ma solo stime approssimative che testimoniano ulteriormente il senso di “sparizione” che ammanta le loro esistenze.

Per dar conto di una tale situazione occorre un’analisi che integri tanto gli aspetti culturali quanto quelli economici e legati allo sviluppo. Infatti, leggere la maggiore mortalità in termini solamente di sessismo e di pratiche culturali, o solo secondo una prospettiva di progresso economico è riduttivo e lascia inoccultate molte variabili che interagiscono con le due letture e ne condizionano gli esiti. Se è vero che il clima culturale ha un peso decisivo nel determinare le differenti condizioni tra uomini e donne, dal punto di vista delle possibilità di sopravvivenza come di altri aspetti; e se è innegabile che tutti i paesi in cui il deficit di donne è grande sono più o meno poveri, e che una riduzione delle differenze nella mortalità femminile potrebbe verificarsi in seguito al progresso economico, le due prospettive prese isolatamente sono incomplete. Lo stesso Sen adduce esempi di società in cui lo sviluppo economico è spesso accompagnato da un relativo peggioramento nel tasso di sopravvivenza femminile, e viceversa, di Paesi in cui accanto ad un’estrema povertà il numero di donne rispetto alla percentuale maschile è maggiore.

I mutamenti avvenuti negli ultimi decenni nel continente africano, e tuttora in corso, hanno già per molti aspetti modificato la posizione sociale della donna africana sia nell’ambito delle strutture di parentela, della famiglia in particolare, sia nell’ambito della società e delle professioni. Infatti, quando parliamo di genere, di condizione femminile non ci possiamo riferire ad una categoria immutabile nel tempo. Meglio, la realtà cui essa si riferisce è in mutamento continuo e costante, e lo stesso campo diviso in due tra il maschile e il femminile, la loro esistenza binaria non sono da postularsi come congelati nel tempo e fissati in eterno. Né le donne né gli uomini subiscono senza reagire un destino: rimanere uguali a se stessi e contrapposti per sempre lungo le stesse demarcazioni. Le differenze che il genere abbraccia corrispondono dunque a un fenomeno dai confini mobili, che l’azione dei due attori collettivi e soprattutto la riflessione su di sé di uno di essi, le donne, continuamente modificano.

La liberazione del sé, il confronto con gli ostacoli e i condizionamenti che il soggetto donna cerca di contrastare, non può non alterare nel suo procedere anche lo statuto del genere quale oggi si presenta e la relazione tra i due sessi al suo interno. In questa prospettiva nessuna delle divisioni che oggigiorno contrappongono uomini e donne può darsi per scontata, immutabile. La differenza diventa capacità d’individuazione piuttosto che di opposizione: capacità di scelta. Il mutamento che la donna contribuisce a produrre si riflette sulla sua stessa identità.

Il genere rappresenta dunque sia lo sbocco che il punto di partenza di un processo di costruzione sociale. L’acquisizione di questo strumento conoscitivo mette in grado le donne di agire per modificare le condizioni che lo strumento rileva. In sostanza, intorno al genere e al soggetto si giocano due partite, continuamente ridefinite nelle loro regole: quella che consente l’autodefinizione e quella che consente l’auto-progettazione.

Nonostante alcuni mutamenti in favore della condizione della donna essa resta, tuttavia, molto problematica e rappresenta un indice primario del sottosviluppo. I problemi relativi alla salute della donna, alla mortalità infantile, al lavoro dei campi, all’urbanizzazione, alla partecipazione all’attività commerciali e professionali, il coinvolgimento nella vita politica, hanno assunto a livello, sia dei governi africani, sia delle conferenze internazionali, una consistenza d’urgenza. Sono questi gli argomenti affrontati durante i convegni mondiali sulla donna organizzati sotto l’egida delle Nazioni Unite – Messico 1975, Copenaghen 1980, Nairobi 1985, Pechino 1995[1]. Da questa attenzione internazionale per la condizione femminile, però si evincono anche altri aspetti che vanno al di là delle peculiari declinazioni di genere all’interno di ciascuna società e che connettono la malattia con fenomeni non solo culturali, ma anche politici ed economici. Saranno questi aspetti a costituire l’oggetto d’analisi del prossimo capitolo, poiché l’indagine sul gender ci ha offerto una piattaforma analitica per ragionare su questioni di ampio respiro, che vanno oltre l’ideologia culturale. Ci ha offerto cioè la cornice culturale attraverso la quale interpretare i fenomeni di malattia, lasciando intravedere come questi siano presi anche dentro le maglie della struttura sociale che chiama in causa non solo gli aspetti culturali e simbolici, ma anche i rapporti internazionali, le politiche economiche, l’instabilità politica e le strategie di redistribuzione delle risorse. In poche parole, è vero che la malattia non può essere analizzata al di là dei valori culturali e morali che concorrono a definirla, ma è altrettanto vero che questi valori sono impastati con dinamiche politico-economiche che contengono in sé gli elementi di una violenza strutturale che, più di ogni altro sistema simbolico, contribuisce a porre le condizione per la presenza di determinate malattie. La presa in considerazione di questi elementi ci permetterà anche di render conto della diversa incidenza della fistola ostetrica all’interno della popolazione femminile etiope.

 

[1] Alla conferenza di Pechino venne stilato un documento ufficiale – Guidelines for the Implementation of the African Platform for Action, African Common Position for the Advancement of Women – in cui ci fu un capitolo dedicato alle aree a rischio (critical areas of concern). Nel testo si legge che nonostante alcune riforme e dei miglioramenti, si registra ancora una situazione precaria, lontana da ogni aspirazione legittima di libertà, di giustizia, di pace, di uguaglianza e di dignità. In particolare vennero riconosciute undici “aree a rischio”, i cui contenuti verranno riassunti negli aspetti salienti di ciascun punto:

  • Povertà delle donne, insufficiente certezza di alimentazione, mancanza di potere economico: più di un terzo degli africani si trova sotto il livello minimo di sopravvivenza, mentre la mortalità infantile del continente supera di oltre un quarto la media mondiale: la donna è quella che più soffre della malnutrizione e della perdita dei figli. La donna è esclusa dalle attività commerciali ed è discriminata nel possesso della terra e delle fonti di risorse. C’è un fenomeno di “femminizzazione della povertà”.
  • Inadeguato accesso delle donne all’educazione, all’apprendistato, alla scienza e alla tecnologia: in quasi tutti i paesi africani si nota uno scadimento qualitativo dell’insegnamento, insieme al calo delle iscrizioni scolastiche e all’aumento della resistenza alla frequenza delle ragazze. L’affluenza delle donne ha la sua massima concentrazione a livello primario, ma subisce un forte calo a livello secondario per arrivare a tassi minimi al livello superiore. Una tale ostruzione educativa verso la donna non è causa soltanto dell’aggravarsi delle disuguaglianze e delle discriminazioni sociali, ma anche della perdita degli apporti che le donne potrebbero recare e ricevere da un libero sviluppo.
  • Ruolo vitale della donna nella cultura, nella famiglia e nella socializzazione: spesso la posizione della donna è vulnerabile e marginalizzata. La donna dovrebbe essere integrata attivamente nelle istituzioni comunitarie.
  • Miglioramento della salute muliebre e della salute riproduttiva inclusi i programmi integrati di pianificazione femminile e di popolazione: Le donne, in vasta proporzione, costituiscono i più poveri dei poveri.
  • Rapporto e vincoli delle donne con l’ambiente e il controllo delle risorse naturali: bisogna riconoscere il loro sapere relativo alla gestione della terra; bisogna riconoscere il diritto alla proprietà della terra perche anch’esse possano servirsi dei vantaggi che la proprietà terriera può offrire nelle transazioni economiche.
  • Maggior potere politico alle donne: la maggioranza delle donne viene privata dell’opportunità di svolgere appieno ruoli economici e intellettuali oltre a quelli di madre e moglie (pag. 194).
  • Diritti legali e umani delle donne: progressi in questo settore privi di coordinamento e attuati a macchia.
  • Le donne nel processo di pace: il calcolo delle donne disperse e rifugiate, all’epoca della stesura del documento superavano i 16 milioni. Sono cifre approssimative ma utili per rivelare una situazione di estremo dissesto nella quale “al pedaggio indiretto è di gran lunga superiore per le donne e i bambini che per gli uomini”.
  • Coordinamento dei dati sul genere: sollecitazione da parte di tutti gli stati di un’indicazione statistica più sistematica e precisa dove siano posti in evidenza i problemi relativi alle donne che normalmente restano latenti causando “cecità e pregiudizio di genere a danno delle donne”.
  • Donne, informazione, comunicazione e arti.
  • L’adolescente: denominazione comprende “ogni essere umano sotto l’età dei 18 anni”, secondo la convention on the right of the child. Secondo gli indici disponibili, la ragazza africana viene discriminata fin dalla nascita nei suoi diritti.