L’identità femminile della donna etiope

La maturazione come donne e come madri nel contesto locale etiope, è un percorso di trasformazione e di “fabbricazione” che prevede passaggi ritualizzati, pericoli, interdizioni e autodisciplinamento che si incorporano e si imparano a gestire come eventi “naturali” e socialmente autofondativi. Infatti, le “geografie femminili” (Valentina Peveri, 2007), tanto corporee quanto relative agli spazi sociali, sembrano sempre fluide e mai finite. Pertanto, esse richiedono una serie di interventi socializzanti precisi e continui che ne definiscano, di volta in volta, l’identità. Un’identità che sembra ad ogni momento revocabile e che, per le donne affette da fistola ostetrica diventa effettivamente così.

Ad ogni modo, quest’identità deve assumere forme accettate a livello locale che vengono perseguite e controllate dalle donne stesse, a riprova dell’incorporazione di quell’immaginario individuale (e sociale) che contiene in sé specificamente le ragioni della riproduzione della gerarchia fra i sessi e che funziona come giustificazione a-posteriori delle dinamiche socio-culturali del potere.

In questo senso le concettualizzazioni e le pratiche performative a livello del genere sono molte e per evitare che il discorso si perda nei mille aspetti che la definizione dell’identità inevitabilmente richiede, è stato necessario compiere un’operazione di circoscrizione delle metafore e delle pratiche in gioco nella definizione del sé femminile. Come già accennato, il punto di vista dal quale ho deciso di prendere le mosse per analizzare la costruzione del genere femminile all’interno del contesto etiope e la relativa posizione della donna in seno alla società è quello del fenomeno di malattia, in particolare delle fistola ostetrica, per vedere sia come essa è concettualizzata e vissuta, sia per analizzarne le mutue ripercussioni. Ossia per vedere come un fenomeno di malattia riproblematizza la percezione di sé stessi come esseri socialmente definiti e attui necessariamente un’opera di “ricomposizione” del proprio sé sociale (corporeo e attitudinale) e come l’introiezione degli attributi, dei ruoli e dei diritti che si ritengono connessi all’identità femminile possano essere un vettore fondamentale d’incorporazione di forme di malessere. Infatti, alcuni aspetti che caratterizzano la costruzione del gender e la comparsa di certe malattie sono strettamente connessi.

Nel ricostruire la concezione locale del problema all’interno degli operatori della salute è emerso che la donna si ammala per una sua precisa costituzione corporea. Un corpo aperto, sinonimo di una donna impura e dalla sessualità incontrollata, è un corpo che attira “il male” e rende il soggetto socialmente patologico. Infatti, dall’analisi delle interviste ho potuto rilevare che la donna, specialmente in particolari momenti della sua esistenza come ad esempio il parto, presenta un corpo che per sua costituzione è potenzialmente pericoloso. Come ci ha suggerito il margeta Salomon, il corpo della donna si compone di aperture e di fluidi che evocano l’impurità e il disordine e come tale diventano un veicolo preferenziale per l’attività ammorbante delle forze maligne. Per questa sua pericolosità “biologica”, la donna necessita di forme di controllo corporee e sociali che ne limitino l’eversività rispetto al contesto circostante e ne annullino le presunte forze contagianti. Per questo motivo, la donna è presa all’interno di un reticolo di pratiche, interdizioni ed istituzioni che regolano tutte le tappe della sua vita e ne determinano man mano il suo status e i suoi ruoli, decretandola come essere biologicamente pericoloso e dunque assoggettabile dal gruppo dominante. Godelier (1976) sostiene che:

«La massima forza di un gruppo dominante non sta nell’esercizio della forza, ma nel consenso dei dominati alla propria subordinazione. In definitiva il dominio dell’uomo è pienamente fondato solo al momento in cui è la donna ad apparire come l’unica responsabile colpevole della sorte di cui è vittima. Ora questa prova, quest’evidenza, deve essere inconfutabile e, per essere tale, deve apparire come un fatto “naturale”, come proveniente dalla natura stessa della donna. E che cosa c’è di più naturale, di più evidente del suo corpo? Proprio nel corpo della donna si deve trovare giustificato il dominio maschile o, per lo meno, proprio nella differenza tra il corpo dell’uomo e quello della donna si deve trovare la prova inconfutabile della legittimità del dominio del primo sulla seconda».

Come hanno affermato anche Margaret Lock e Nancy Scheper-Hughes “dove ineguaglianze e gerarchie sono istituzionalizzate, facilmente saranno legittimate da un’ideologia culturale dominante, che probabilmente imporrà ai marginalizzati rispetto al sistema dominante un’immagine di sé negativa, esponendoli inoltre a disagio e sofferenza”.

Decretando la donna come portatrice di un corpo disgregante, “illegittimo” e quindi pericoloso per l’armonia e il benessere della società, quest’ideologia giustifica una serie di pratiche disciplinanti ed oppressive che non solo legittimano la subordinazione della donna agli interessi del gruppo maschile, privandole di capacità d’azione, ma secondo la mia ipotesi sono alla base dell’incorporazione di svariate forme di malessere. È vero che la donna non può essere vista come un soggetto totalmente passivo dell’ideologia e della pratica dominante. Le donne possono mettere in atto sottili strategie di “sabotamento” dei poteri ufficiali e crearsi dei propri spazi di autoaffermazione e prestigio. Tuttavia, quando l’analisi verte, come nel nostro caso, sugli eventi di malattia e sulla presa in considerazione di fattori culturali, sociali ed economici che simultaneamente creano le condizioni per l’incorporazione del malessere, la figura della donna appare spesso in una condizione di deprivazione materiale e simbolica.