L’intervista

Durante la permanenza sul campo ho svolto un totale di 62 interviste, due delle quali non registrate per volere dei miei interlocutori. Diciassette sono state condotte con donne aventi la fistola ostetrica, la maggior parte di loro ricoverate presso il Mekelle Fistula Hospital o l’Addis Abeba Fistula Hospital; 13 interviste sono state svolte con medici e con operatori sanitari che lavoravano presso il Fistula Hospital o negli health post dei villaggi intorno alla capitale tigrina; 13 interviste sono avvenute con impiegati di enti governativi e non governativi nell’ambito delle politiche sociali, in particolar modo di quelle che si occupano del miglioramento della condizione femminile nei paesi del terzo mondo; 10 sono state svolte con guaritori/trici tradizionali e con TBAs (traditional birth attendants); le restanti interviste sono avvenute con persone comuni per cercare di capire quello che la gente sa e pensa a proposito del problema fistola.

All’inizio è stato molto difficile riuscire ad organizzare un’intervista e portarla a termine. Avevo immaginato che il modo migliore di iniziare a saperne di più su questa malattia fosse quello di intervistare dei ginecologi o dei medici in generale, poichè nella visione biomedica la fistola ostetrica è una lacerazione tra la vescica e/o il retto e la vagina. Essendo il mio lavoro, così come quello delle mie compagne, un progetto di ricerca che s’inserisce in un più ampio contesto di indagine nell’ambito dell’antropologia medica e religiosa interessato a studiare da qualche anno i fenomeni sociali e le specificità culturali della popolazione tigrina, avevo a disposizione un’agenda contenente i riferimenti di ciò che si può considerare un “capitale umano”: recapiti telefonici, indirizzi e ruolo sociale di alcune delle persone che negli anni passati erano stati degli interlocutori privilegiati dei ricercatori precedenti per accedere, attraverso una prospettiva emica, agli schemi concettuali della cultura locale. Così pensavo che sarebbe bastato aprire l’agenda, cercare il numero della persona che mi interessava, chiamarla e il gioco era fatto. Ho peccato della classica presunzione di un antropologo alle prime armi: pensare che gli altri siano interessati a parlare con te di riflesso al tuo interesse e che sospendano le loro attività quotidiane per mettersi in qualsiasi momento a disposizione dei tuoi interessi di ricerca. Al contrario, mi sono subito scontrata con delle resistenze e delle difficoltà che non avevo previsto. Per giorni mi sono presentata allo studio di un ginecologo in base agli appuntamenti che lui mi dava per telefono e puntualmente o non si presentava o mi diceva di essere troppo impegnato per concedermi del tempo per un’intervista. Ricordo ancora il senso di frustrazione e di rabbia per quella che vivo come una presa in giro, e l’agitazione per la paura di stare a sprecare del tempo prezioso che avrebbe compromesso la mia ricerca. Poi, con il passare dei giorni, delle settimana, ho cominciato a vivere queste che per me erano delle perdite di tempo come momenti altrettanto preziosi dell’intervista mancata. Ho iniziato a pensare alla cultura e all’esperienza sociale della gente non soltanto come a qualcosa di verbale, da dover imprimere nel mio registratore per poterla riascoltare ogni volta che volevo, ma come ad un universo concettuale e metaforico che si incarna nei corpi e si riproduce attraverso i gesti, i modi di fare, le concezioni che vengono espresse mediante l’organizzazione del tempo e dello spazio e attraverso la gestione dei rapporti sociali: un universo valoriale e relazionale di cui ci si impregna, verso cui acquisiamo familiarità anche “perdendo tempo”, ma restando in contatto, stabilendo rapporti di risonanza che creano intersoggettività e ci avvicinano ad una comprensione delle realtà altrui. Proprio mentre imparavo a co-esperire, mentre la mie sfere sensoriali, cognitive, emotive, morali, motivazionali entravano in contatto con quelle delle persone che incontravo e si innescava un “gioco” circolare di riconoscimento e comprensione reciproca, sono arrivate anche le interviste.

Nel reperire le persone da intervistare, oltre a recarmi nelle strutture sanitarie o negli ambulatori, ho sfruttato anche la cosiddetta “conoscenza a grappolo”, cioè la rete sociale su cui potevo contare e che si è andata ampliando nel tempo, permettendomi di accedere ad una pluralità di voci sempre maggiore. Se da un lato quest’abbondanza mi ha fornito un materiale molto eterogeneo, dall’altro mi ha permesso di usufruire di narrazioni che tenessero conto della complessità del vissuto, esperito da più punti di vista e in contesti a volte dissonanti tra loro.

Soprattutto nei primi periodi, quando l’emozione di trovarmi faccia a faccia con un soggetto che non conoscevo e di cui non potevo prevedere le reazioni mi paralizzava e rendeva la mie interviste inservibili, mi sono aiutata con un elenco di domande preparate prima dell’incontro. Poi con il tempo, l’esatta formulazione dei quesiti e l’ordine di presentazione degli argomenti, e gli stessi argomenti trattati, hanno iniziato ad essere meno standardizzati e a variare di volta in volta, in base alle risposte ricevute, alle reazioni dell’interlocutore, alle condizioni contestuali, agli elementi che emergevano e così via. Quelle domande preliminari e le altre che si sono aggiunte nel corso delle riflessioni critiche sui dati che andavo accumulando, sono confluite in dei temari, cioè in una sorta di traccia di intervista aperta, che costituiva principalmente una riflessione su cosa, di volta in volta, volevo sapere dal mio interlocutore.

Accanto alle interviste formali (intendendo con “formale” non la standardizzazione delle domande e degli argomenti, quanto la definizione di un setting, caratterizzato dall’interazione di due soggetti, l’uno che poneva le domande, l’altro che rispondeva, accompagnati quasi sempre da un terzo, il traduttore e dalla presenza di alcuni oggetti, quali il registratore, il quaderno degli appunti etc.), vivere in città mi ha permesso di avere continui colloqui informali con un numero imprecisabile di persone, per strada, nei bar, nelle case private, nelle risorse terapeutiche, sui mezzi di trasporto e che mi hanno permesso di penetrare più a fondo nelle pieghe del contesto locale e di raccogliere opinioni differenti sugli argomenti di indagine.

Quando le condizioni lo permettevano e se ritenevo che ci fossero delle questioni da approfondire cercavo di intervistare i miei informatori più di una volta, anche se questo non mi è stato sempre possibile.

Le poche interviste condotte in inglese, esclusivamente con il personale sanitario o con i membri di associazioni nazionali ed internazionali, le ho svolte senza l’intermediazione dell’interprete, avvalendomi, quando me lo concedevano, dell’uso del registratore o di un supporto mnemonico cartaceo. Per tutte le altre, vista la presenza dell’ostacolo della lingua, sono dovuta ricorrere necessariamente all’aiuto di un interprete locale. Essendo i miei interlocutori nella maggioranza dei casi donne, sia che si trattasse delle vittime di fistola ostetrica, che delle TBAs o delle guaritrici tradizionali, ho deciso di privilegiare l’uso di interpreti di sesso femminile, ritenendo che la comunanza di gender potesse facilitare l’emergere di temi non facili da trattare. Ovviamente ci sono state anche delle eccezioni a questo modo di agire. Ad esempio, nel caso di una donna che era stata malata di fistola vaginale ho scelto di andare con un nostro interprete maschio, poiché aveva con la donna un rapporto di amicizia che ha avviato una conversazione più sciolta e senza censure.

L’intervista coadiuvata dall’interprete prevedeva che quest’ultimo traducesse le domande che io ponevo in inglese nella lingua dell’informatore, per poi restituirmi le sue risposte in inglese. L’estemporaneità dei discorsi, l’oggettiva difficoltà di tradurre dialoghi a volte lunghi e confusi faceva sì che alcuni dettagli, le cose ritenute meno pertinenti dall’interprete, i lapsus e le sviste dell’informatore non venissero tradotti nell’immediato della conversazione, privandomi a volte della comprensione della logica argomentativa e temporale che attuavano i miei intervistati. A questo problema si è ovviato attraverso la sbobinatura e la trascrizione integrale delle interviste. La sbobinatura seguiva il criterio delle tre linee: sotto la prima linea, quella della trascrizione in lingua locale effettuata con il colore blu, il traduttore produceva dapprima una traduzione parola per parola con il nero e, solo nella terza linea, la traduzione formale e ragionata in inglese corrente, restituita visivamente con il colore rosso. Il criterio delle tre linee consentiva di avere un certo controllo sulle parole effettivamente utilizzate dall’interlocutore, impedendo traduzioni troppo libere e facendo emergere le modalità espressive della lingua locale. La trascrizione e la traduzione integrale consentivano, inoltre, di conoscere quelle parti dei dialoghi di cui non mi ero potuta rendere conto e che erano dovute alle difficoltà di lavorare con degli interpreti. Il lavoro scritto sulle interviste è stato svolto, a seconda dei casi, da chi aveva fatto l’intervista o da un altro interprete; l’esperienza ha mostrato che entrambe le strategie presentano dei vantaggi e degli svantaggi. Se chi era personalmente presente all’intervista poteva ricordare le interazioni non verbali e comprendere meglio i sottintesi del discorso, avere traduzioni diverse di uno stesso scambio verbale consentiva di illuminarlo con nuovi significati e interpretazioni, di conoscere altri punti di vista. Le interviste trascritte e tradotte venivano, infine, integrate con le note di campo, in modo da arricchire la trascrizione delle parole con una descrizione degli elementi extraverbali. Tutti questi accorgimenti riuscivano tuttavia ad arginare solo parzialmente l’irriducibilità delle esperienze oggetto di studio in un testo scritto e le carenze dovute all’impossibilità di avere accesso diretto alla lingua locale e al doversi accontentare di “traduzioni”, con tutte le parzialità, le arbitrarietà, le interpretazioni soggettive che ogni lavoro di traduzione comporta.

Nonostante i limiti che presentano, le interviste restano tuttavia uno strumento imprescindibile del fare ricerca sul campo perché è soprattutto dalla loro analisi che è possibile ricavare gli schemi culturali che orientano i pensieri e le azioni della popolazione locale, quell’alone di senso comune che, con il tempo, grazie ad una penetrazione sempre più capillare, risulta meno opaco anche ad occhi abituati a guardare diversamente.