Motivazioni di ordine strutturale

L’atmosfera di sacralità e di condivisione di un comune orizzonte valoriale che può istaurarsi all’interno delle pareti domestiche e che ha un ruolo fondamentale nella buona riuscita del parto, non è il solo fattore a determinare la scelta di partorire in casa. Anzi, come precisato prima, se nel contesto urbano si può parlare di scelta, nelle aree rurali come quelle in cui vive Abeba la possibilità di optare diversamente dalla tradizione è annullata dall’assenza di risorse alternative. Possiamo quindi motivare il ricorso alla TBA e il parto in casa con ragioni di ordine strutturale: esse, cioè hanno a che fare con la struttura della società che è caratterizzata da una profonda mancanza di risorse sanitarie; una situazione che è a sua volta legata a politiche sociali ed economiche ineguali e storicamente penalizzate dall’instabilità politica. La scarsità dei servizi, pertanto impedisce alla popolazione di negoziare i termini delle proprie scelte e con esse la possibilità di salvaguardare la propria salute. Nel caso che è pertinente alla mia analisi, quando parlo di ragioni strutturali mi riferisco alla scarsità, se non addirittura alla mancanza, in alcune zone, di strutture sanitarie con un servizio efficiente di ostetricia o alla loro eccessiva distanza rispetto al luogo della donna partoriente. In particolar modo, ad essere quasi totalmente inesistenti sono le sezioni di parto cesareo nei casi in cui il travaglio si presenti complicato, come nelle storie delle donne affette da fistola da me incontrate.

Seguendo ancora una volta le statistiche prodotte dalla WHO, solo lo 0,3% delle donne che hanno partorito nelle aree rurali ha avuto la possibilità di farlo tramite il parto cesareo, rispetto al 9,4% della controparte cittadina. Se consideriamo che l’85% della popolazione nazionale risiede nelle zone rurali e che il 93% di tutte le gravidanze è portata a termine nel contesto extraurbano, la possibilità di intervenire chirurgicamente in caso di travaglio ostruito è quasi nulla.

Quello del parto, al contrario della gravidanza, è un evento il cui espletamento si effettua in un arco di tempo piuttosto limitato, tale da non consentire alla partoriente la possibilità di negoziare la scelta della risorsa e della struttura cui affidarsi per partorire. O almeno non sempre. Se la struttura sanitaria si trova a grande distanza rispetto al luogo in cui vive la donna in attesa di partorire e se il travaglio è già iniziato, dare alla luce il bambino nel modo “consuetudinario”, ossia rimanendo in casa assistita da una levatrice tradizionale e dalle donne della famiglia, non è più una scelta, ma una necessità obbligata. Questa problematica è emersa in tutta la sua evidenza durante l’incontro con il direttore generale del Fistula Hospital di Addis Abeba, il professor Gordon Williams, il quale, in una ricostruzione delle cause che conducono all’insorgenza della fistola, imputava il problema a due aspetti che potremmo definire di “violenza strutturale”: la malnutrizione e l’inefficienza del sistema sanitario, entrambe legate ad un più generale quadro di povertà. Se quello della malnutrizione è un fattore che abbiamo già analizzato, ora vorrei concentrare maggiormente l’attenzione sul secondo punto.

L’inadeguatezza numerica e professionale dei servizi di cura biomedici è una problematica sentita non soltanto dagli operatori dell’apparato medico, ma è una questione che mi è stata confermata da tutte le vittime di fistola che hanno una consapevolezza chiara delle sue ripercussioni negative. Infatti, la maggior parte di loro, vivendo nelle aree rurali, si trova impossibilitata, sia per mancanza di mezzi tecnici che per mancanza di mezzi economici, a raggiungere l’health centre o l’ospedale più vicino, che nella maggior parte dei casi dista almeno quattro ore di cammino.

Abeba stessa, come era accaduto nel caso del matrimonio inizialmente accetta di partorire in casa perché lo reputa il modo più “naturale” di mettere al mondo il figlio, ma poi ammette che la decisione di restare nella propria abitazione è stata anche una “scelta” inevitabile, poiché dove abita lei non ci sono ospedali.

“Perché sarei dovuta andare in ospedale a partorire, io mi sentivo bene. E poi nel mio villaggio non ci sono ospedali, il più vicino dista tante ore di cammino, come facevo ad andarci nelle mie condizioni?”.

Come era avvenuto per l’impossibilità di scegliere di andare a scuola, di avere voce in capitolo nel suo matrimonio, anche per la scelta del luogo in cui partorire pesano le limitazioni legate all’indigenza materiale e ad una divisione non equa delle risorse, che costringono la maggior parte delle persone del pianeta all’incapacità di negoziare i termini della propria esistenza.

Tornerò sugli aspetti che hanno a che fare con la carenza strutturale dell’assistenza medica quando prenderò in considerazione le tappe e gli elementi che hanno strutturato il percorso terapeutico di Abeba, nel momento in cui la ragazza percepisce il passaggio da un “normale” stato di salute ad uno “patologico”. Per adesso, vorrei concludere il discorso sul parto ribadendo l’impossibilità per molte ragazze, che come Abeba vivono in condizioni di estrema povertà e di mancanza di risorse materiali (anche sanitarie), di configurare il parto in casa come una scelta autonoma. È plausibile supporre che la ragazza avrebbe comunque dato alla luce il bambino nel suo ambiente domestico, come lascia candidamente intuire l’affermazione “perché sarei dovuta andare in ospedale, io stavo bene?”. Infatti, nell’opinione delle donne intervistate, partorire tra le pareti domestiche con l’ausilio della TBA di fiducia e con la presenza rassicurante dell’universo femminile che appartiene alla vita sociale della ragazza, si configura come il modo più “naturale” e sicuro di terminare una gravidanza. Grazie alla presenza di queste donne è possibile creare quell’atmosfera sacrale di cui si è detto prima, che chiama in causa direttamente l’intervento salvifico di Maria. Gli elementi ritual-religiosi ampiamente descritti hanno un ruolo importante nell’orientare le scelte della popolazione. Tuttavia, senza voler sminuire il loro preponderante peso, siamo sicuri che Abeba, così come molte altre vittime di fistola ostetrica che hanno partorito in casa, avrebbe potuto prendere in considerazione una scelta alternativa al parto secondo la tradizione?. La puntualizzazione sul fatto che il suo villaggio è sprovvisto di una struttura medica in grado di offrire assistenza durante la gravidanza e nel momento del travaglio, lascia ancora una volta intendere che la logica multipla che orienta le decisioni in materia di salute e di malattia trova una sua drastica riduzione nelle limitazioni strutturali che si impongono alla capacità d’azione di milioni di persone.

Secondo i dati della WHO, l’Africa Sub-Sahariana è l’unica regione al mondo in cui l’accesso ai servizi sanitari competenti al momento del parto non è in aumento rispetto ad altre zone del mondo.